14 dicembre 2017
Aggiornato 03:30
A Pordenonelegge, il poeta della canzone italiana

Mogol contro il crollo della cultura popolare - Da Battisti a X Factor, cos’è accaduto in Italia

Al Teatro Verdi la presentazione del libro «Ma il mio mestiere è vivere la vita»: Se voglio esprimere un’idea ma la lingua italiana non ha la parola che cerco, io la invento.

PORDENONE - Mogol è uno degli uomini più risoluti che mi siano mai capitati davanti. Non è istrionico, parla a bassa voce, eppure sembra in grado di spostare montagne: «Ho avuto la fortuna di sopravvivere in molte occasioni. Per tre volte in barca verso la Turchia, col mare a forza sette, otto e nove. In acqua, aria e terra, mi sono sempre lanciato nelle imprese più stupide e incoscienti». Ha ottant’anni, si muove il minimo indispensabile e si esprime con educazione e raffinatezza. Eppure si ha l’impressione, molto chiara, che contrariarlo sarebbe una pessima idea: «Se voglio esprimere un’idea ma la lingua italiana non ha la parola che cerco, io la invento. Un mio verso dice, l’amore mi ruscella dentro il cuore, so bene che il verbo ruscellare non esiste, ma mi serviva e me lo sono inventato». Invece il suo stesso nome, quello d’arte, non è una invenzione sua. Ha plasmato la lingua e la cultura italiana con le sue mani, ma non il suo nome. Vorrei sapere perché.

Mogol è un nome che la Siae ha scelto per lei, eppure nel 2006 ha insistito per accorparlo al suo cognome. Quanto corrisponde alla sua identità, adesso? 
«Ho voluto chiamarmi così perché questo nome passi a tutta la mia discendenza, è giusto che anche loro siano parte di tutte le soddisfazioni che ho avuto. È un nome cinese, all’inizio mi terrorizzava. La Siae mi ha chiesto una rosa di 30, poi 120 nomi tra cui scegliere, quella stessa Siae che ora cercano di smantellare, e il risultato sarà catastrofico: è un ente parastatale quindi lo Stato controlla che le percentuali applicate siano giustificabili. Eliminando questi controlli e liberalizzando il mercato si potranno applicare percentuali altissime e sarebbe la fine degli autori e degli editori. La fine della già morente cultura popolare».

A proposito di cultura popolare, i talent show di oggi ripropongono grandi canzoni del passato, crede che questo contribuisca a risollevare la qualità della musica in Italia? Sto pensando alla sua partecipazione a X-factor.
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«Se non sbaglio è stata un’idea di Fiorello, non mia. Più che di musica io parlerei di spettacolo, per di più allestito dalle case di produzione. Lo spettacolo non può essere venduto come scuola e i dilettanti non possono insegnare a fare musica. Inoltre le canzoni sono scelte da chi produce, e ovviamente trasmettono solo roba loro, gli altri sono concorrenti. Questa è una deformazione dei nostri tempi perché una volta chi si occupava dei programmi televisivi non produceva musica e questo è il motivo per cui non ci sono più grandi artisti». Mogol l’ha fondata, una vera scuola di musica, il Centro Europeo di Toscolano: «Da noi è nata Arisa, Giuseppe Anastasi, per fondare questa scuola ho speso quasi tutto quello che avevo e non ci guadagno niente, voglio solo restituire l’affetto che ho ricevuto dalla gente. È la scuola migliore d’Europa, però siamo concorrenti delle grandi case di produzione per cui nessuno è venuto da me a chiedermi, quali sono i tuoi migliori allievi, me ne puoi far ascoltare dieci?»

Glielo chiedo io, Mogol. Dieci dei suoi migliori allievi per la stampa qui presente.
«Sarebbe inutile. L’artista deve trovare credito attraverso quello che esprime, e al giorno d’oggi è sempre più difficile. Il mio è un dispiacere profondo perché i giovani di oggi sono anche meglio di quelli di ieri ma è cambiato il mondo e nessuno mai scrive articoli sul crollo della cultura popolare. In questo paese ciò che è popolare è considerato scadente e se la poesia incontra la musica non è più ritenuta tale. Invece Leopardi l’aveva capito, secondo lui la musica poteva incontrare la poesia creando un’opera d’arte unica, un matrimonio indissolubile» 

Anche l’unione tra Lei e Battisti sembrava indissolubile. Un’opera in divenire che a un certo punto si è interrotta. Cos’ha causato il vostro divorzio?

«Un divorzio silenzioso. Sebbene fosse inizialmente un dilettante, ho accettato di lavorare con lui percependo una percentuale del 4%, mentre a lui sarebbe toccato l’8%. Poi abbiamo scalato classifiche fino a risolvere tutti i probemi di costi che ci avevano spaventato all’inizio. A quel punto, per principio, gli ho detto che non avrei più scritto se non avessimo lavorato alla pari: il 6% a entrambi, come si riconosce alla Siae. Da quella volta non mi ha più proposto di lavorare con lui».
Eppure la stima per Battisti è più forte dell’amarezza: «Mi spiace che non abbia firmato un contratto con il produttore dei Beatles. Gli ho chiesto, può servire se mi inginocchio? Non ha voluto ascoltarmi. Ma io sono qui a testimoniare che l’offerta gli è stata fatta, quindi il valore di Lucio Battisti è mondiale».

Si illumina, Mogol, di fronte ai fasti di quella cultura popolare che ora riesce solo a rimpiangere. È sopravvissuto alle tempeste in Turchia, stasera ha fatto il tutto esaurito al Teatro Verdi e dalla vita ha ottenuto praticamente tutto. Ma contro il potere delle case di produzione e del libero mercato, anche il gran Mogol deve capitolare. E quando guarda il vuoto e si chiede perché, solo a quel punto, appare in tutti i suoi ottant’anni.