23 novembre 2017
Aggiornato 17:30
Cronaca

Morta per denutrizione dopo un'errata terapia: maxi risarcimento

Il giudice Francesco Petrucco Toffolo del tribunale di Pordenone ha condannato a un maxi risarcimento l’ospedale Santa Maria degli Angeli, la casa di cura San Giorgio di Pordenone e la Residenza sanitaria assistenziale di Roveredo in Piano per la morte di Liliana Belfi

Morta per denutrizione dopo un'errata terapia: maxi risarcimento (© Giesse Risarcimento Danni)

SAN QUIRINO - Muore per denutrizione dopo 6 mesi di errata terapia. Il giudice Francesco Petrucco Toffolo del tribunale di Pordenone ha condannato a un maxi risarcimento l’ospedale Santa Maria degli Angeli, la casa di cura San Giorgio di Pordenone e la Residenza sanitaria assistenziale di Roveredo in Piano per la morte di Liliana Belfi, 76 anni, da tutti ricordata come la «sindachessa»: per 10 anni era stata sindaco di San Quirino, primo sindaco verde d’Italia, lottando in difesa dei Magredi e vincendo contro l’impianto di compostaggio.

Affidandosi alla dottoressa Ketty Tesolin di Giesse Risarcimento Danni, le figlie Manuela e Bruna Caretta e il nipote Manlio si sono visti riconoscere il risarcimento per l’errata terapia da parte delle tre strutture presso le quali la 76enne era stata ricoverata durante i suoi ultimi 6 mesi di vita.

Il ricovero
Tutto ebbe inizio nel settembre del 2010, quando la «sindachessa» venne ricoverata nel reparto di medicina interna del Santa Maria degli Angeli a causa di un infarto intestinale, con conseguente intervento di resezione del tratto di intestino tenue. Seguirono, nei mesi successivi, una serie di ulteriori ricoveri durante i quali emersero sempre più evidenti elementi tipici della sindrome da malassorbimento intestinale: il cibo non veniva assorbito dal breve tratto di intestino rimasto, con conseguenti, profonde carenze nutrizionali e un drastico calo ponderale. Neppure un successivo, lungo ricovero alla casa di cura San Giorgio, dal 17 febbraio al 23 marzo 2011, pose rimedio alla situazione: malgrado le continue insistenze della figlia Manuela, che informandosi autonomamente era venuta a conoscenza della possibilità di far nutrire la mamma tramite nutrizione parenterale (ovvero direttamente per via venosa, scavalcando l'apparato digerente) i medici continuarono a prescrivere la classica nutrizione orale, limitandosi a escludere alcuni cibi dalla dieta.

Stato di denutrizione
La signora Belfi è così via via sprofondata in uno stato di denutrizione sempre più grave, «andando incontro a premorienza per carenze sanitarie, ossia per il mancato instaurarsi di un trattamento nutrizionale idoneo» si legge nelle conclusioni del consulente tecnico nominato dal giudice, sul cui parere si base la sentenza. «Le capacità digestive e assorbitive drasticamente ridotte nella paziente, oltre a un progressivo e inesorabile decadimento fisico, necessitavano di scelte terapeutiche che certo non potevano ridursi a un’alimentazione autonoma per via orale, in quanto assolutamente insufficiente per quantità», riporta tra le conclusioni della sentenza il giudice Petrucco Toffolo.  Da qui la condanna al risarcimento dei parenti per le tre strutture sanitarie, compresa la Rsa di Roveredo in Piano, dove Liliana Belfi era arrivata già in gravi condizioni, nei suoi ultimi giorni di vita, senza però che i medici ne disponessero il trasferimento presso una struttura ospedaliera.