23 settembre 2018
Aggiornato 20:00

Al Verdi di Pordenone si inaugura lo spazio dedicato alla videoarte

Il progetto #liberadiesseredonna si arricchisce con una conferenza dedicata alle donne e alla libertà del loro ruolo sociale: 'La donna, la madre, la libertà' martedì 17 aprile alle 18
Al Verdi di Pordenone si inaugura lo spazio dedicato alla videoarte
Al Verdi di Pordenone si inaugura lo spazio dedicato alla videoarte (Teatro Comunale Giuseppe Verdi Pordenone)

PORDENONEAl Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone la videoarte diventa strumento e stimolo per sviluppare dialogo e riflessione sul tema dedicato alla 'libertà di essere donna': dopo l’apertura della mostra 'The Care', della videoartista Elisabetta Di Sopra, ospitata nel foyer del secondo piano del Verdi, viene ufficialmente inaugurato lo spazio che il Teatro dedica ai progetti di arte contemporanea e alla videoarte in particolare, identificata come il linguaggio che meglio interagisce con le proposte artistiche di prosa, musica e danza in programma. Il progetto si arricchisce grazie a continue nuove collaborazioni, utili a creare opportunità di confronto, conoscenza e attenzione costanti contro le violenze verso le donne e, più in generale, sulla 'questione femminile'. L’appuntamento è per martedì 17 aprile alle 18 con la Presidente dell’Associazione La Cifra, Antonella Silvestrini, sul tema: 'La donna, la madre, la libertà' che ben si coniuga con l’esposizione.

LA QUESTIONE DONNA - «Sarà un incontro per indagare la 'questione donna' – specifica Antonella Silvestrini - mettendo in gioco i luoghi comuni e andare oltre il tema delle pari opportunità o dell’eguaglianza sociale e scoprire in che modo ciò possa risultare occasione di nuove acquisizioni per ciascuno, uomo o donna che sia. Ammettere la differenza è la prerogativa della modernità: in ciascun paese il livello di elaborazione della 'questione donna' dice a che punto è la battaglia per la civiltà. Questo perché il concetto di potere nella sua accezione totalitaria si basa sempre e solo sul modello sociale vittima-carnefice». Grazie a imprescindibili battaglie sociali e soprattutto culturali e intellettuali, le donne hanno conquistato diritti e potenzialmente possono accedere a qualsiasi opportunità sociale o professionale. Possono creare spazi per esprimersi e realizzare i propri talenti e sentire l’urgenza di muoversi verso questa visione di se stesse e di ruolo nella società. All’interno di questo spazio il Teatro promuove un confronto culturale aperto e l’arte è il suo incubatore, per provocare una riflessione e immaginare un futuro consapevole e condiviso.

RAPPRESENTAZIONE PER LA STABILITA' SOCIALE - Continua Antonella Silvestrini: «Il potere da sempre si nutre dell’idea della supremazia di un soggetto forte, dominante, su un soggetto debole, sottomesso, e da secoli la donna è stata considerata il soggetto debole funzionale a questa rappresentazione che, in qualche modo, garantisce la stabilità sociale. Le sante, le mistiche e le streghe hanno costituito un ostacolo all’establishment, un'obiezione al sistema che definisce se stesso sui ruoli: quello 'naturale' della donna sarebbe di supporto alla genealogia a garanzia del funzionamento sociale. Da qui il conflitto che porta la società a riproporre a tutti i livelli e in tutti gli ambiti la dinamica del potere e della prevaricazione sull’altro a partire dal controllo sulla differenza. Gran parte delle rivendicazioni alla donna, con conseguente rappresentazione di violenza, è dovuta alla sovrapposizione tra la donna e la madre nella sua funzione materna e doveri sociali. Per lungo tempo la donna ha avuto un ruolo solamente in quanto madre. Un ragionamento intorno alla libertà, invece, deve necessariamente partire da questa distinzione per cui lo statuto della madre diviene una chance per la donna, una traversata ricca di valore e novità, non un obbligo sociale. Rimane da chiedersi se e in quale modo tra le mura domestiche, al lavoro, nelle relazioni e nelle vicende quotidiane, noi stessi contribuiamo a quel processo di civiltà che facilmente ci auspichiamo e esigiamo da altri o, al contrario, se noi per primi alimentiamo l’asfissia sociale indugiando in  vecchi cliché o pregiudizi».